Corte Costituzionale. Dal 23 marzo ‘costituzionalmente’ sposi?
Segnatevi la data: 23 marzo. E segnatevi pure i nomi: Francesco, Ugo, Paolo, Alfio, Alfonso, Franco, Luigi, Gaetano, Sabino, Maria Rita, Giuseppe, Paolo, Giuseppe, Alessandro e Paolo. Sono i 15 nominati per entrare in una camera spaziosa, arredata un po’ all’antica, e confrontarsi, discutere, magari anche litigare su argomenti scelti dalla gente. Non ci sono telecamere a riprenderli, a volte il pubblico è presente, altre volte non è ammesso. Non agitatevi, non è l’ennesimo reality. Si tratta semplicemente della Corte Costituzionale.
L’evento, tuttavia, è storico. I giudici infatti decideranno sulla “Richiesta di pubblicazione di matrimonio resa da nubendi dello stesso sesso – Rifiuto opposto dall’ufficiale dello stato civile in virtù della ritenuta estraneità all’ordinamento giuridico italiano dell’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso – Reclamo avverso il decreto del tribunale che ha giudicato legittimo il rifiuto di procedere alla pubblicazione – Mancato riconoscimento alle persone di orientamento omosessuale della libertà di contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso – Violazione del divieto costituzionale di discriminazioni derivanti dal sesso o dalle condizioni personali (quali l’orientamento sessuale) – Ingiustificata compromissione dell’inviolabile e fondamentale diritto dell’uomo di contrarre matrimonio, garantito, altresì, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione.”
Come vedete, c’è poco da scherzare: i froci e le lesbiche questa volta fanno sul serio. Hanno mantenuto la promessa fatta 10 anni fa.
Era il 24 maggio del 2000 e il Presidente del Consiglio Giuliano Amato nel corso del question time alla Camera, riferendosi al World Gay Pride in programma il 9 luglio a Roma, così si pronunciò: “Nutro la preoccupazione che una manifestazione del genere sia inopportuna nell’anno del Giubileo e che sarebbe meglio se si tenesse in un anno diverso da quello indicato. Ma dobbiamo purtroppo adattarci ad una situazione nella quale, al di là delle opportunità, inopportunità e preoccupazioni, vi è una Costituzione, che ci impone dei vincoli”.
Queste frasi scatenarono una polemica diventata ormai Storia, con la richiesta di dimissioni da parte del manipolo di attivisti glbtq che manifestavano sotto Montecitorio, l’outing del figlio di Amato, il ritiro del patrocinio al Pride da parte di Rutelli (silurato da ri-aspirante sindaco 8 anni dopo…), le continue minacce fasciste e cattoliche ai gay, il trionfo del Pride.
A dieci anni di distanza le cose sono assai peggiorate: la libertà di manifestare è stata ristretta, i gay visibili sono quasi completamente spariti dal Parlamento e dalla scena politica, le proposte di legge sono state tutte affossate, l’omofobia sociale non si arresta, mentre di diritti lgbtq si dibatte in tv con esperti quali preti, pseudogiornalisti e aspiranti veline (le Aspirine, per dirla con Benni).
Eppure qualcuno ancora non si arrende e ha preso in parola Amato e quel suo “purtroppo” e ricordandosi che in Italia la legge ha il vincolo della Costituzione, sulla quale giurano i legislatori, e non della Bibbia, si è rivolto alla giustizia. Non per un capriccio, come ci vogliono convincere, ma per un principio fondamentale, quello dell’uguaglianza. Non capirlo, come fanno anche molti omosessuali, ai quali il matrimonio non piace o che non vogliono crescere figli, evidenzia un difetto di conoscenza: godere di un diritto, identico per tutti, non implica l’obbligo a usufruirne. E tanto per chiarirci: in Italia non esiste una definizione legale di matrimonio, né un divieto espresso al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Anzi a ben vedere già oggi esistono coppie – anagraficamente o biologicamente (cromosomicamente) dello stesso sesso – regolarmente sposate: è il caso della coppia etero sposata nella quale successivamente un coniuge cambia sesso, o di una coppia al cui interno è presente una persona che ha effettuato il cambio di sesso e che poi si sposa eterosessualmente.
Tra pochi giorni il massimo organo giudicante italiano dovrà dire se gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione valgono o non valgono per i cittadini omosessuali. Finora i giudici dei Tribunali cui si sono rivolte decine di coppie omosessuali hanno rigettato le richieste di matrimonio per motivi quali “assenza dei requisiti minimi”, “il divieto è implicito” e addirittura “perché in contrasto con l’ordine pubblico interno” nei casi di trascrizione di matrimoni celebrati all’estero (circolare n° 55 del 18 Ottobre 2007, firmata dal Ministro degli Interni Giuliano Amato, ancora lui!). Ma non quelli di Trento e di Venezia che hanno deciso di rimettere la decisione alla Corte Costituzionale.
Come è facile immaginare, le pressioni del Vaticano sono fortissime e nelle prossime settimane si intensificheranno. Basta vedere cosa sta combinando la Chiesa Cattolica nei paesi in cui sono state o stanno per essere approvate leggi per la parità: insulti pubblici alle persone omosessuali, chiamata alle armi dei molti politici amici, manifestazioni di piazza a fianco di gruppi reazionari e fascisti, campagne stampa contro i governi democratici. In Italia non sarebbe da meno, trovando sponde ovunque, per di più a ridosso delle elezioni.
E allora cosa faranno i nostri 15 giudici costituzionali? La loro autorevolezza è garantita, essendo i massimi esperti del settore. Proprio per i loro meriti sono stati eletti, non senza difficoltà, dai governi Berlusconi (4 giudici) e Prodi (1), dalla Corte di Cassazione, dalla Corte dei conti e dal Consiglio di Stato (5) o nominati dai Presidenti Ciampi (4) e Napolitano (1).
Conoscendo la politica italiana, però, i sospetti nascono. Li ha rabbiosamente resi noti il 6 ottobre scorso lo stesso Presidente del Consiglio Berlusconi in occasione della bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte: “La Consulta è politicizzata: è di sinistra”, essendo a suo dire composta da quattro giudici sani di mente contro undici giudici comunisti, sebbene le cronache riferirono di 9 giudici contro 6 per la bocciatura dell’immunità alle prime quattro cariche dello Stato. Come dire che 6 giudici ritennero costituzionale la disuguaglianza tra le persone di fronte alla legge.
In effetti i nostri 15 non vivono nel Paese delle Meraviglie, ma in Italia. E allora come sorvolare sullo scandalo Protezione civile che ha sfiorato Giuseppe (Tesauro, giudice costituzionale dal 2005 e socio/amico di Antonio Di Nardo) o sulle polemiche a proposito della cena di Luigi (Mazzella) con invitati il collega Paolo Maria (Napolitano) e “il vecchio amico” Silvio Berlusconi? Pure la figura di Giuseppe (Frigo) è interessante: nella sua carriera di avvocato penalista ha rappresentato Silvio Berlusconi, suo fratello Paolo e Cesare Previti in più processi. Così come l’elezione di Paolo (Grossi, già giudice ecclesiastico della Toscana nominato dalla Conferenza episcopale e un anno fa da Napolitano) agli osservatori è sembrata strizzare l’occhio al Vaticano, dopo la feroce vicenda Englaro.
Inutile congetturare. Meglio affidarsi al Presidente Francesco (Amirante) che pochi giorni fa ha così seppellito le polemiche: “la Corte non emette sentenze politiche ma rispetta e attua i principi costituzionali.”
Ecco, noi ci aspettiamo che il 23 marzo venga emesso un giudizio che tenga conto solo dei principi costituzionali. Perché delle due l’una: o c’è una discriminazione tra i cittadini italiani – e allora va sanata – oppure discriminazione non c’è – perché gli omosessuali sono costituzionalmente inferiori e/o perché il matrimonio non è un diritto fondamentale. Nel primo caso si festeggerà, nel secondo si chiederà l’invalidità civile. (Fabrizio Picciolo)

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